Venezia a 50mm

Dopo aver fatto quello che posso tranquillamente definire “l’acquisto dell’anno” (anche se altro dovrò acquistare spero entro la fine del 2010), qualche giorno fa sono andato un paio d’ore a Venezia per provare l’accoppiata 5D e 50mm f/1.8 – volgarmente chiamato “cinquantino”. Ho di proposito lasciato perdere i classici luoghi da cartolina come San Marco e Rialto e ho invece girato a cavallo tra i sestrieri Santa Croce e Dorsoduro. Una Venezia che, assieme al remoto sestriere di Castello, viene lasciata in disparte dai giri turistici ma che, proprio per questo aspetto, offre senz’altro una visione più vera e caratteristica della città lagunare.
La giornata era bella e quando sono arrivato con il treno c’era l’acqua alta che stava lentamente scendendo – picco di 100 cm alle 11.00. In alcuni punti l’acqua arrivava a lambire, e a tratti a sommergere, i marciapiedi delle calli. Interessantissimi, dal punto di vista fotografico, i riflessi delle case variopinte che si specchiavano nelle acque dei canali.

Scattare a 50mm con un’ottica fissa ha i suoi pro e contro. Di positivo c’è che il fotografo è costretto a muoversi e a pensare bene all’inquadratura prima di scattare: egli deve cioè valutare se la composizione che ha in mente è bene rappresentata da ciò che osserva nel mirino della macchina fotografica. Questa è ovviamente una difficoltà in più rispetto ad un obiettivo zoom: in tal caso, infatti, basta aggiustare la lunghezza focale per includere più o meno soggetti e ricondurre l’inquadratura osservata con quella pre-visualizzata (la questione della pre-visualizzazione è certamente un argomento a se stante che tratterò magari più avanti). Quando invece si ha a che fare con un obiettivo a lunghezza focale fissata, come il cinquantino appunto, non è affatto ovvio come ci si deve porre nei confronti di un determinato soggetto. E non sempre si ha la possibilità di ritrarlo nel modo che si ha in mente, soprattutto quando la focale è troppo lunga/corta rispetto alle dimensioni della scena reale. In questo caso il fotografo deve cambiare mentalità, cambiare cioè l’immagine che ha in testa per adattarla alle potenzialità offerte dalla sua attrezzatura. Questo meccanismo di riflessione è secondo me uno degli spunti più interessanti e creativi al tempo stesso della fotografia. Si può senz’altro dire che questa è la “vera fotografia”.
Un altro aspetto positivo nello scattare con ottiche fisse è l’estrema creatività nella gestione della profondità di campo (PDC). Spesso, infatti, le ottiche fisse hanno una apertura massima che è più grande di quella di ottiche zoom: questo permette una flessibilità maggiore sia nella gestione della PDC sia nella scelta del triangolo tempo-diaframma-ISO. Se la luce è troppo debole si può ad esempio valutare di scattare con la massima apertura mantenendo comunque basso il valore ISO. Qui però entra in gioco anche la qualità dell’ottica: nel mio caso d’esempio, il cinquantino non se la cava molto bene a tutta apertura (f/1.8) in quanto le foto risultano spesso “impastate”, prive di dettaglio e molte volte anche fuori fuoco. Inoltre il suo sfocato non è affatto bello – si veda ad esempio questa foto scatta appunto a tutta apertura.

Premesso questo, posso fare un primo bilancio della breve uscita veneziana. L’accoppiata 5D + 50mm f/1.8 non è affatto male: il 50mm adesso lo sfrutto come tale (prima sulla 350D era un po’ lungo, essendo di focale equivalente circa 80mm) ed è estremamente divertente da usare. Un punto a sfavore è, come menzionato, la qualità ottica dell’obiettivo: per una buona performance consiglio a tutti i possessori del cinquantino di non spingerlo oltre f/2.8 in quanto la qualità delle foto ne risentirebbe molto. Dal canto suo la 5D si è comportata egregiamente anche se in alcuni casi l’esposimetro ha sbagliato completamente la lettura dell’esposizione e ho quindi dovuto lavorare con la misurazione “spot” e, di conseguenza, compensare l’esposizione. Il rumore è pressoché inesistente: in alcuni scatti ho dovuto recuperare del dettaglio dalle ombre e, scattando a ISO 100, il margine di recupero è davvero notevole. Questo dimostra ancora una volta che la gamma dinamica dei sensori full frame è decisamente più elevata rispetto a quella dei sensori APS-C (almeno quello della vecchia 350D). Per fare un esempio ecco una foto in cui la situazione di luce era piuttosto critica. Questa è la foto originale, vale a dire non elaborata: esattamente come il sensore ha catturato la scena.

Tutta la parte sinistra appare evidentemente sottoesposta e scura rispetto alla parte destra (questo era ovviamente da imputare alla luce che ha lasciato in ombra la zona di sinistra). Ma qui viene il bello del full frame: aprendo le ombre selettivamente sulla zona di sinistra ecco che iniziano ad apparire i dettagli e, nel tempo stesso, il rumore elettronico non aumenta quasi per niente. Questa è la foto come verrà poi pubblicata e mostrata. Niente di che, ovviamente, ma era per far capire fin dove ci si può spingere con questo tipo di sensori.

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