Etica e tecnica sull’uso dei filtri

So che di articoli riguardanti i filtri da porre davanti all’obiettivo ne sono stati scritti tanti, tantissimi, e molti di essi sono molto validi (qui, qui e qui ad esempio). Tuttavia mi sento in dovere di scrivere anch’io il mio parere, più che altro la mia esperienza con questi aggeggi. Il fatto è che usare o non usare filtri non è soltanto una questione di comodità piuttosto che economica. No, affatto: è un approccio diverso alla fotografia di paesaggio, un approccio vecchio stile.
Ricorderete, infatti, il precedente articolo che ho scritto sulla necessità o meno di usare programmi di fotoritocco una volta portato a casa lo scatto. Ricorderete anche qual era il mio punto di vista: ottenere il massimo in fase di scatto e poi correggere e rimediare a quegli errori commessi sia dal fotografo sia dalla macchina. Per me la post produzione è essenziale, ma non indispensabile: non devo per forza di cose sconvolgere la foto per poter ottenere qualcosa di buono.
Ma come ottenere questo qualcosa di buono già in fase di scatto? Cosa significa avere a disposizione un file già buono in macchina? Rispondo subito alla seconda questione: un file di qualità permette di risparmiare tempo in fase di elaborazione, ridurre i rischi di ritrovarsi del rumore (o altri difetti) in parti della foto che magari sono molto rilevanti e, infine, godere di una buona autostima per essere riusciti a portare a casa una bella foto subito!
La prima questione, invece, è un argomento più esteso e va trattato con un po’ di cautela. Ricordando che sto parlando quasi esclusivamente di fotografia di paesaggio, è naturale che la luce sia l’ingrediente principale per avere una buona foto. Ma la luce bisogna saperla governare, riuscire a trovare e a disporre gli elementi (naturali e non) in modo da valorizzarla. Governare la luce significa, dal mio punto di vista, cercare di renderla nelle foto il più vicino possibile a quella reale. Ritengo infatti che la fotografia di paesaggio sia una interpretazione personale della realtà. Il termine “personale” a mio avviso si riferisce all’inquadratura, alla distribuzione degli elementi nella foto, all’orario in cui si scatta, alla luce che si è cercata e cose così. Non di certo creare un cielo verde, per intenderci. La luce, cioè, deve essere quella reale.
E qui entrano in gioco i filtri. Parlando prevalentemente di filtri digradanti neutri, l’idea fondamentale che sta alla base del loro uso è quella di bilanciare i contrasti della scena inquadrata, riproducendo la luce reale, presente al momento dello scatto. Il motivo è semplice ed è un motivo fisico, scientifico. L’occhio umano ha una risposta logaritmica alla luce: essenzialmente questo significa che non ci abbagliamo se fissiamo per mezzora un muro bianco, ad esempio. I sensori delle macchine digitali, invece, funzionano sulla base dell’effetto fotoelettrico. In sostanza la luce, composta da fotoni, incide la superficie del sensore che è di materiale fotosensibile. Per ogni fotone, mediante l’effetto fotoelettrico (trattato per la prima volta da Einstein, per il quale ha anche preso il Nobel), viene generato un elettrone (una carica). La carica viene letta e poi si ricostruisce l’immagine. Il punto è quindi che i sensori hanno una risposta alla luce che è cumulativa: due fotoni sono due cariche, mille fotoni sono mille cariche. Se espongo per mezzora su un muro bianco, il sensore raccoglie tutti i fotoni che arrivano in mezzora, con la conseguenza di bruciare l’immagine (e anche il sensore!).
Si capisce quindi che in una scena ad alto contrasto, come può essere un primo piano scuro e uno sfondo chiaro, mentre l’occhio umano riesce a distinguere dettagli sia nelle ombre sia nelle luci, il sensore non ce la fa: o si espone per le ombre o per le luci. L’esposizione per le ombre andrà a bruciare le luci e l’esposizione per le luci chiuderà troppo le ombre. Di soluzioni a questo problema ce ne sono diverse: tecniche di doppia esposizione, HDR, fusione o blending di più esposizioni. Ma si capisce che tutte queste tecniche si basano per forza di cose sull’uso importante di un computer.
L’unico modo per riuscire a bilanciare il contrasto in una foto direttamente sul posto è quello di usare un filtro digradante neutro (o con una dominante di colore se si vogliono ottenere particolari effetti). I filtri digradanti neutri (detti anche a gradiente) sono costruiti in modo da avere una parte trasparente e una parte grigia neutra. La transizione tra le due zone può avvenire in maniera netta (in tal caso si parla di filtri “hard”) oppure meno marcata (in tal caso “soft”) e l’intensità del grigio può essere anch’essa variabile. I filtri più usati, nella zona grigia, possono togliere 1, 2, 3 e 4 stop di luce (ad ogni stop la quantità di luce è dimezzata).
Come uso io i filtri? Essendo uno scienziato, abituato quindi a ragionare, cerco sempre di utilizzare i filtri al meglio, in modo da ridurre il numero di foto sbagliate. Ovvero, non vado a caso. Prendiamo ad esempio questa foto. Appare subito evidente la suddivisione in due parti dell’inquadratura: il primo piano con il ghiaccio e la neve e il secondo piano con cielo e montagna. In fase di scatto si è dunque presentato il problema di riprodurre l’intera gamma dinamica senza avere zone sovra/sotto esposte. Il primo piano è più scuro del resto e, esporre su di esso, avrebbe prodotto una bruciatura delle luci e una generale sovra esposizione del secondo piano. Il contrario se esponevo per il secondo piano. Ho dunque agito così: in priorità diaframmi, con la misurazione spot (o parziale al centro) ho puntato la macchina verso il basso, su una zona che contenesse sia neve che ghiaccio, in modo da avere una lettura media per il primo piano. Supponiamo che a f/20 il tempo fosse di 1/8 di secondo. Poi ho puntato la fotocamera sul blu de cielo che ha quasi la stessa luminosità della montagna e, sempre a f/20, supponiamo che la lettura sia stata di 1/125. La differenza tra i due tempi era dunque di 4 stop (1/8 – 1/15 – 1/30 – 1/60 – 1/125). Pertanto ho montato un filtro da 3 stop e uno da 1 stop assieme: passando in manuale ho impostato così 1/8 a f/20, ritrovandomi con la foto esposta correttamente.
In questo caso è stato facile perché la divisione in zone dell’inquadratura era netta. In altre situazioni può darsi che occorra un po’ più di attenzione ma il principio è lo stesso. In ogni caso, dal momento che si ha a che fare con paesaggi, non c’è troppa fretta.
L’uso dei filtri, secondo me, è indispensabile nelle ore d’oro, ovvero nelle prime e ultime ore della giornata, in quanto in questo lasso di tempo i contrasti e le differenze di luminosità tra le diverse zone possono essere importanti. Diventa invece meno “obbligatorio” usare i filtri durante le ore centrali, in quanto la luce è più o meno la stessa in tutte le parti dell’inquadratura.
Come al solito, questo articolo non vuole insegnare assolutamente niente. Sono solo considerazioni personali sull’uso dei filtri e sui motivi che mi spingono ad usarli. Non è detto che fra qualche tempo il mio approccio cambi e questo post sia da rivedere completamente!

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5 Risposte to “Etica e tecnica sull’uso dei filtri”

  1. francesco Says:

    Sono pienamente d’accordo con te: il fotoritocco è necessario, a volte utilissimo, ma non indispensabile in assoluto. Anche io cerco di ottenere sempre il meglio in fase di scatto, sia per una questione “etica”, sia perché qualsiasi operazione al pc degrada comunque la qualità dell’immagine. Usavo molto i filtri colorati con il b/n su pellicola, meno con colore. Ora soprattutto il polar, il degradante grigio, gli ND quando servono e il flou. Bisogna anche tenere conto delle indicazioni fornite dai costruttori di macchine fotografiche, ovvero che inserire un filtro (che è comunque una lente) potrebbe inficiare la buona resa ottica degli obiettivi.

  2. Gianfranco Suma Says:

    Ciao Marco. Solo oggi ho visitato il tuo blog. Notevole: davvero fantastico per testi e immagini. Il mio approccio non è proprio scientifico. Non lo era hai tempi delle pellicole, figuriamoci ora. Diciamo che ho un approccio “statistico”, comunque cerco di evitare gli errori macroscopici. Avrei una domanda forse banale. I “filtri” digitali aggiunti in fase di ritocco peggiorano la qualità della foto? Mi pare di capire di sì. Ergo, è meglio acquistare un buon polarizzatore comunque? E, un semplice UV, se non è almeno HMC, penalizza la qualità dell’immagine? (prima di partire non riuscivo a trovarne)
    Ancora complimenti per le splendide foto.
    Ciao Gianfranco (uvurp)

    • Marco Says:

      Ciao Gianfranco! Mi fa piacere che sia di tuo gusto… è tutto molto semplice, dovrò arricchirlo man mano.
      Per quanto riguarda la questioni dei filtri digitali credo (ed è solo una mia opinione basata sulla poca esperienza, quindi da prendere con le pinze come tutto il resto!) che sì, introducano un peggioramento nella qualità. Sebbene si lavori a 16 bit su un TIFF, comunque mettere le mani può costare qualche perdita. Magari non percettibile a prima vista, ma modifiche sostanziali possono produrre artefatti poco piacevoli (mi vengono ad esempio in mente i famosi aloni sui contorni dei soggetti). A quel punto, se proprio bisogna ricreare l’effetto in post produzione, meglio fare una fusione di due o più esposizioni diverse (non la stessa ma “tirata” con il RAW).
      Poi c’è anche da dire una cosa: la luce per formare l’immagine sul sensore deve passare attraverso delle superfici – obiettivo ed eventuali filtri. Per cui se il filtro non è di qualità si avrà un decadimento visibile della foto. La pellicola soffriva meno di questi effetti, mentre i sensori digitali sono più sensibili (ecco anche perché molte case produttrici hanno rinnovato il parco ottiche appositamente per il digitale). Ora, non conosco i dettagli tecnici dei vari metodi di produzione dei filtri, ma so che più un filtro è di qualità più possibilità ci sono che la foto finale sia buona.
      Esempio: i miei digradanti sono dei Cokin. Certamente una marca buona ma non ottima. Usati più di uno contemporaneamente, essi introducono dominanti magenta, riflessi interni tra i filtri e un calo visibile di nitidezza. Questi solo alcuni difetti. E’ ovvio che bisognerebbe passare a sistemi più performanti quali ad esempio i Lee o i Singh Ray. Spesso non è possibile però, per cui ci accontentiamo di quello che si ha a disposizione, sapendo che certi errori (non certo nostri!) possono essere corretti al computer.
      Questo, ovviamente, solo parer mio, ci mancherebbe! 😉

      Ciao,
      Marco

  3. lorenzo moro Says:

    il programma della mia fotocamera digitale mi consente di preimpostare i seguenti filtri digitali:
    bianco e nero
    seppia
    rosso
    verde
    blu
    bianconero+rosso
    bianconero+verde
    bianconero+blu
    Ti chiedo: quale il loro uso ottimale?
    Grazie antecipate se potrai rispondermi . Saluti da lorenzo

  4. Marco Says:

    Ciao Lorenzo,

    i filtri che tu hai elencato non sono dei filtri fisici di cui ho parlato nell’articolo. Sono particolari elaborazioni della macchina per creare effetti equivalenti all’uso dei filtri nell’epoca della pellicola. Ad esempio, usando pellicole B/N e mettendo un filtro rosso davanti all’obiettivo, si otteneva una foto in cui i colori complementari al rosso (cioè le tonalità blu) diventavano più scure. Idem con un filtro blu (i rossi vengono scuri e i blu chiari). Scattando in raw il problema non si pone in quanto il raw non viene toccato dal processore della macchina. In jpeg, invece, l’uso di questi filtri digitali ti permette di ottenere effetti diversi in base alle tue preferenze e non ce n’è uno più indicato di altri a mio avviso

    Ciao,
    Marco

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