“Ma tu usi Photoshop?”

“Sì, a volte uso Photoshop”. Ma usare Photoshop non significa tirare fuori una foto da urlo da una scadente. Se la foto è penosa già in partenza, non c’è software che tenga: sarà penosa anche dopo.
In questo post affronto l’intricato argomento della post-produzione (PP) o post-elaborazione o camera oscura digitale che a dir si voglia. Ne avevo parlato anche altrove, ma dedico un po’ più di spazio, ora, nella spiegazione di cosa intendo io per PP.
Tutto, secondo me, dipenda dal concetto di fotografia che uno ha in testa. Molti ritengono che elaborazioni particolarmente invasive come HDR o altre diavolerie siano parte della fotografia. Non secondo me. Quando una fotografia è completamente stravolta io non la definirei fotografia, ma elaborazione grafica. La fotografia, per me, mostra la realtà, anzi, come diceva Neil Leifer, la fotografia “mostra l’idea che se ne ha”. Di conseguenza io non effettuo elaborazioni particolarmente artistiche o grafiche. La mia PP è volta solo ed esclusivamente a migliorare la foto, a renderla simile (o, se sono fortunato, uguale) all’idea che avevo mentre ho scattato.
Di qui è evidente una cosa: già in fase di scatto cerco di ottenere il massimo. Questo riguarda tutte le “componenti” di una foto: dalla composizione alla distribuzione delle luci. Certo, ci sono situazioni in cui anche con la massima volontà e usando tutte le tecniche a disposizione, non riesca a portare a casa una foto perfetta già in macchina. Ma cerco sempre di avvicinarmici.
D’altronde è anche vero che un tempo, quando si usava prevalentemente la pellicola, si eseguivano i ritocchi alle foto in camera oscura, durante lo sviluppo e poi la stampa, con le varie tecniche di mascheratura. E’ inevitabile, in quanto i mezzi meccanici hanno i loro limiti. Nel caso delle macchine digitali, ad esempio, un grosso limite è costituito dalla gamma dinamica del sensore, ovvero, rozzamente parlando, la quantità di ombre e di luci che il sensore riesce a catturare senza bruciare le luci o rendere illeggibili le ombre. Certo, è possibile ricorrere ai vari filtri (mi vengono ad esempio in mente i filtri neutri graduati che riducono il contrasto tra cielo e terreno), ma alla fine un minimo di PP va fatta.

Ecco, questo è ciò che faccio io: una vera e proprio camera oscura digitale. Nei primi tempi, quando ho iniziato ad interessarmi alla fotografia, i programmi di fotoritocco come Gimp (prima) e Photoshop (poi), erano praticamente sempre aperti. Dovevo per forza sistemare qualcosa, era molto difficile che la foto fosse buona già in partenza. Poi, con il passare del tempo, si inizia a vedere con occhio più critico le proprie fotografie e, cosa ben più importante, grazie ad una padronanza maggiore della tecnica e ad una buona conoscenza del funzionamento sul campo della propria attrezzatura, si è in grado di produrre un risultato soddisfacente direttamente in macchina.
Poi è ovvio: alcune operazioni, come il ritaglio e il raddrizzamento ad esempio, devono per forza essere eseguite al computer (a meno che non si possieda una macchina che permette tali regolazioni direttamente on-camera). E ovviamente bisogna anche badare alla qualità intrinseca del file: infatti gli algoritmi che usano le macchine digitali, per quanto avanzati che siano, saranno sempre meno precisi di quelli dei programmi di fotoritocco.
Dunque, come procedo io? Innanzitutto regolo secondo le mie esigenze i parametri in macchina: abbasso il contrasto a -2 per avere dettaglio anche nelle ombre (poi lo posso sempre alzare e regolare selettivamente a casa), nitidezza 0, saturazione 0, tonalità colore 0, bilanciamento del bianco su AUTO e qualità per forza di cose RAW.
Per quanto detto fino adesso, la PP che faccio è quasi esclusivamente una camera oscura digitale. Per questo motivo uso il software Adobe Lightroom (attualmente alla versione 3). Come dice il nome stesso, questo programma è una vera e proprio “camera chiara” e anche se nell’ultima versione sono state inserite delle funzioni avanzate, il concetto di base è uno solo: ottenere il massimo dalle proprie fotografie (*). Ora, dato che Lightroom non è un software di fotoritocco pesante come può essere Photoshop, è chiaro che bisogna avere a che fare con fotografie buone in partenza. Questo approccio, a differenza del punta e scatta tanto il digitale è gratis, secondo me è il migliore. Perché? Innanzitutto ti fa pensare un pochino prima di premere il pulsante di scatto. Ad esempio, bisogna calcolare l’esposizione giusta e analizzare attentamente l’istogramma per capire dove e come apportare le dovute correzioni. Certo, si può anche scattare una serie di foto cambiando di volta in volta i parametri a caso, e poi tenere quella venuta meglio. Ma ritengo che questo metodo non sia corretto. Più che altro, non fa imparare niente. Infatti, se non si capisce il funzionamento della macchina in base ad un certo tipo di luce, quindi scattando foto con esposizione a casaccio, quando si ripresenterà una situazione simile non si saprà come procedere.
Per questi motivi il mio approccio è più da “pellicolari”: se ho tempo a sufficienza una foto la penso, la studio sia dal punto di vista dell’inquadratura sia dal punto di vista della luce. Se avessi denaro a sufficienza mi munirei anche di un esposimetro esterno di quelli seri. In conclusione, dunque, questo tipo approccio alla fotografia, un po’ vecchio stile se vogliamo, fa sì che spendo meno tempo al computer, mi concentro di più sulla foto e, se questa esce bene, poi è anche più soddisfazione.

(*) All’occorrenza, ovvero quando mi servono regolazioni più specifiche, uso Photoshop vero e proprio, ma sempre e solo nell’ottica del miglioramento della foto o della correzione di alcuni errori commessi talvolta dal fotografo e talvolta dalla macchina.

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14 Risposte to ““Ma tu usi Photoshop?””

  1. sushijohn Says:

    IMHO l’introduzione così massiccia della tecnologia ha messo un po’ in discussione la definizione stessa di fotografia. già il fatto che si discuta del “quanto sia lecito postprodurre” pone un problema di definizione su cosa faccia parte della fotografia e cosa no. l’avvento dell’informatica per le masse ha creato il concetto di multimediale (dico in senso etimologico, perché in genere è una parola usata a sproposito). la multimedialità prevede l’unione di tanti campi che prima erano divisi solo per motivi tecnologici, per questo motivo i termini generali del problema che tu hai posto in questo post (calambour) sono diffusi sia nel video, che nella musica, eccetera…
    la domanda è: è (ancora) importante definire gli ambiti?

    ghezzi sarebbe stato fiero di te se tu avessi chiamato il blog (ap)punti di vi(s)ta.

    • Marco Says:

      Sicuramente John, secondo me è molto importante distinguere i diversi modi di fare arte. Certo, parli di multimedialità e non posso darti torto, visto che, ad esempio, da qualche tempo molte reflex hanno la possibilità di girare video. Ma io penso che questa multimedialità sia frutto dello sviluppo tecnologico, più che dalla richiesta della gente. I fotografi restano fotografi, così come i musicisti e i registi. 😉

      • sushijohn Says:

        ovviamente ho portato la cosa alle estreme conseguenze. è chiaro che non si può confondere un musicista con un fotografo =P

        secondo me la vera distinzione sta nel quanto modifichi a posteriori. mi spiego. se tu fai una foto sapendo già che tipo di post-produzione andrai a fare la cosa mi pare lecita. se invece fai foto alla ca**o pensando «tanto poi ci penso in PP», beh in quel caso invece mi pare una forzatura.
        banalmente: conta l’intenzione. un po’ come se ti casca un pezzo di marmo e si rompe a forma di David: non hai fatto arte.

        a questo punto non ti rimane che scrivere il “manifesto del fotografo che post-produce con criterio”.

  2. Danilo Says:

    In Lightroom si può sostituire o cambiare un cielo bianco ?
    E si può sostituire / spostare / rimuovere un oggetto ?
    Grazie

    • Marco Says:

      Riguardo al cielo non penso sia possibile. E’ una di quelle cose che mi hanno fatto preferire questo software rispetto a Photoshop vero e proprio. Per la seconda questione sì, è presente lo strumento clona/correggi (funziona un po’ come la toppa di Photoshop), anche se un po’ meno evoluto, visto che serve ad eliminare le particelle di polvere o piccoli difetti presenti nelle foto.
      Un saluto,
      Marco

      • Danilo Says:

        Non ho capito: hai preferito Lightroom proprio perchè non si può cambiare o sostituire il cielo o oggetti ?

  3. dora Says:

    D’accordissimo con te, la foto deve essere una rappresentazione della realtà, già nello scatto deve “trasudare” gli elementi soggettivi che volevamo esprimesse!! Le foto troppo rielaborate non sono piu foto… ce ne sono di stupende, davvero, però in un certo senso è un altro tipo di arte, diventa tutt’altra cosa… certo un minimo di correzione può dare risultati eccellenti applicato su di uno scatto già buono e poi, diciamolo, c’è molta piu soddisfazione avendo ottenuto una foto bella con un pp quasi invisibile!!

  4. Marco Says:

    @Danilo: sì, l’ho spiegato nel post: la foto deve essere autentica. Certo, le macchie sul sensore, la polvere sull’obiettivo o piccole imperfezioni le correggo (e con Lightroom si può fare), ma l’operazione di sostituzione del cielo la considero facente parte di quelle cose che cambiano la foto (e la cambiano per forza di cose!). Piuttosto, se devo avere il cielo buono, utilizzo la tecnica della doppia esposizione e poi fondo i livelli con mascherature con Photoshop. Ma prima di fare questo cerco di ottenere il massimo già mentre scatto, ad esempio usando il filtri digradanti.

  5. Danilo Says:

    Filtri digradanti ? E allora anche qui si va sull’artificiale, non credi ?
    Se vogliamo seguire la strada che la foto non si tocca, sulla foto autentica e genuina allora siamo coerenti: niente filtri, niente Lightroom, niente Photoshop e se la foto è splendida ma ha il cielo “bruciato”, la si butta.
    D’accordo ?
    Ciao

  6. Marco Says:

    Ciao Danilo, mi fa piacere questo dibattito. No, non sono d’accordo su quello che dici. Perché? Essenzialmente il motivo è semplice. Prendiamo l’esempio che hai fatto tu del cielo bruciato: il cielo risulta bruciato nella foto, non nella realtà. L’occhio umano, a differenza dei sensori digitali o della pellicola, ha una sensibilità maggiore, ovvero ti lascia distinguere sia i particolari in ombra sia le alte luci. Il sensore, invece, ha una gamma dinamica più bassa e ciò è ovviamente legato alla fisica che governa i sensori (prossimamente dedicherò un post a questo). Di conseguenza, quando si usano CCD (o CMOS) bisogna sempre fare attenzione a dove si decide di misurare l’esposizione. A differenza dell’occhio, infatti, esponendo per le ombre inevitabilmente le luci saranno bruciate (e viceversa). L’uso dei filtri digradanti, ad esempio, ri-equilibra il contrasto tra ombre e luci, mantenendo un’esposizione più fedele a quella percepita dall’occhio. (Ovviamente parliamo del risultato dell’esposizione, non durante lo scatto: nella fase di composizione dell’inquadratura con il filtro montato, ad esempio, l’occhio vede una luce “irreale”, ma che diventa perfetta quando si va a scattare.)
    Di certo in merito ognuno ha la sua idea e non intendo assolutamente far prevalere la mia sulle altre, sia chiaro. Secondo me, per il mio modo di affrontare la cosa, l’uso dei filtri digradanti non è un’elaborazione “dal vivo”, se vogliamo definirla così. E’ piuttosto un trucco per “ingannare” i mezzi meccanici, che non riuscirebbero a riprodurre la luce reale come vista dall’occhio. Poi ci sono gli altri filtri, ad esempio i digradanti colorati. Ecco, quelli non li uso: introducono colori che non sono presenti al momento dello scatto.
    Insomma, spero di essermi fatto capire! 😉

    Un saluto,
    Marco

    PS: e comunque sì, se la foto ha il cielo bruciato la si butta! (O la si converte in B/N! 😀 )

  7. Daniel Says:

    Ciao Marco,
    concordo perfettamente con il tuo modo di vedere quella che anche a mio parere può definirsi Fotografia.
    Per come la vedo io non si tratta di sminuire scatti ben ritoccati, in fondo è pur sempre una forma d’arte anche quella. Ma, come dici giustamente, una Fotografia (con la F maiuscola!) deve rappresentare la realtà (o per lo meno una visione quanto più possibile fedele alla realtà).
    Per quello che mi riguarda, tanto per intenderci, la Fotografia è costituita dal reportage, genere nel quale molte regole saltano (orizzonti storti, parti bruciate..) ma che è in grado di farti emozionare, ovviamente se fatto bene.
    Per questo tento sempre di minimizzare sia l’uso di programmi di ritocco, sia il numero di scatti con il quale rientro alla base 🙂 . A pensarci bene 20/30 anni fa si avevano al massimo 36 scatti per ogni rullino, e grandi fotografi come Bresson, McCurry e tanti altri sfornavano foto da mani nei capelli nonostante questo “limite”, quindi… Non si tratta semplicemente di inquadrare e scattare…si tratta di “parlare” con uno scatto, così come uno scrittore fa con penna e taccuino, non si può sperare di tirare fuori una divina commedia da un appunto mal scritto, no? 🙂

    Ciao
    Daniel

    • Marco Says:

      Ciao Daniel, grazie del commento. Beh, nulla da aggiungere. Rispetto tuttavia chi intende la Fotografia come arte visiva. A questo mi riferisco a tutti coloro che comunicano qualcosa di loro a partire da una fotografia, per poi elaborarla e farne una forma di arte grafica. Per me, ovviamente non è così. Ancora di più, penso, lo sia per i reportage: un genere fotografico che si basa soprattutto sulla rappresentazione della realtà. Anzi, potrei dire che è una “interpretazione” della realtà, visto che poi ognuno ci mette del suo.
      Grazie del passaggio. Un saluto,
      Marco

  8. Etica e tecnica sull’uso dei filtri « Punti di vi(s)ta Says:

    […] diverso alla fotografia di paesaggio, un approccio vecchio stile. Ricorderete, infatti, il precedente articolo che ho scritto sulla necessità o meno di usare programmi di fotoritocco una volta portato a casa […]

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